Nell'antica
Grecia, il lavoro manuale era considerato una sventura perché sottraeva
all'uomo il tempo che avrebbe potuto invece dedicare allo spirito e ai piaceri
dei sensi. Ciò valeva in particolare per il lavoro per il lavoro salariato:
come poteva un uomo essere davvero
libero se doveva dipendere da altri per
la sopravvivenza quotidiana? Non stupisce perciò che i lavori manuali fossero
svolti di solito dagli schiavi, esseri considerati inferiori per natura e quindi
condannati a una condizione di non libertà.
L'esercizio delle cariche pubbliche e militari
godeva di un prestigio sociale superiore a qualsiasi attività produttiva, benché
nella maggior parte degli stati greci molti erano i cittadini che si trovavano a
dover fare l'uno e l'altro. Se proprio si era costretti a lavorare per vivere ,
la condizione ideale era quella del contadino proprietario. Il possesso di un
terreno, infatti, anche povero e piccolo, rendeva l0uomo autosufficiente -
dunque formalmente libero - perché gli consentiva di ricavare quel tanto che
bastava per nutrire e vestire se stesso e la famiglia.
Non erano ben viste nemmeno
attività lucrative come il commercio. Agli spartani -
educati in primo luogo a combattere e comandare - era vietata qualsiasi
partecipazione ad attività commerciali e artigianali, che erano lasciate nelle
mani dei perieci; il lavoro della terra e le mansioni più umili spettavano
invece agli iloti, veri e propri servi della gleba.
Ad Atene e Corinto, invece, il grande sviluppo di artigianato e
commercio fece si che molti cittadini si dedicassero a tali attività senza per
questo essere disprezzati.
Il lavoro di artisti quali
architetti, scultori o pittori, quello dei medici o dei più quotati maestri di
retorica era sì tenuto in notevole considerazione ma certo non come al giorno
d'oggi, poiché lavorare per denaro rimaneva comunque degradante.