Istituto Comprensivo "Giosuè Carducci"
Scuola Secondaria di Primo Grado
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"Il 900:il secolo di Lignano"

 

INTERVISTA A MIOTTO

 

Sappiamo che la chiesetta risale al XV secolo. Chi ha voluto che la chiesetta fosse edificata a Bevazzana sulle rive del Tagliamento? E qual è la sua storia? e perché è stata dedicata a Santa Maria?

 

Per avere le prime informazioni sulla chiesetta dobbiamo affidarci alla ricerca archeologica. All’epoca del trasferimento della chiesetta a Lignano, durante i lavori di smontaggio, sono stati ritrovati i resti di un oratorio paleocristiano, altomedievale: questo è il primo segno di una presenza nel luogo di un sito di culto di una prima chiesa risalente al IV V secolo d.C. Da allora, i documenti successivi che ci parlano di un luogo di culto di una chiesa dedicata a Santa Maria, risalgono alla fine del ‘400, intorno al 1490. Lì si erano insediati gli eremitani agostiniani, provenienti da S. Antonio di La tisana, chiamati dai signori del luogo, la famiglia dei Vendramin di Venezia. Ora, in tutti i secoli che intercorrono dall’Oratorio Paleocristiano, altomedievale e questa chiesa degli agostiniani, possiamo ipotizzare che il luogo sia sempre stato una chiesa, un luogo di culto e che quindi ci fosse una chiesa alla quale era affiancata una comunità monastica, con una cella ospizio per i viaggiatori, i mercanti, i viandanti, pellegrini che utilizzavano il Tagliamento per i loro spostamenti. Anche perché Bevazzana in quegli anni, altomedievali, era l’antiporto di La tisana e La tisana, nel corso degli ultimi secoli del medioevo era stato un porto fiorente che difendeva la propria autonomia nei confronti dei signori del luogo che erano al tempo i signori di Gorizia. Quindi una chiesa medievale con una comunità monastica e poi, ristrutturata nel ‘400. in questa chiesa si insediano gli agostiniani chiamati dai Vendramin. La chiesa, infatti, aveva i caratteri tipici di tante chiesette votive del ‘400: facciata a capanna, sormontata dal campaniletto a vela, l’aula rettangolare con l’abside quadrata più piccola voltata a crociera, capriate in legno, il pavimento in cotto.

La dedicazione a Santa Maria è forse una trasformazione di una prima dedicazione a Santa Sabide. Alcuni studiosi lo hanno ipotizzato perché spesso ricorre questa Santa Sabide nel territorio friulano, in luoghi vicino a corsi d’acqua. Per uno studioso è una traccia di quella che un’impronta del cristianesimo di tutta la zona aquileiese, diciamo, e di carattere ebraico: questa Santa Sabide ricorderebbe il sabato ebraico e poi trasformata in culto mariano, ma sono ipotesi, non sappiamo con precisione perché è stata a Santa Maria; sappiamo comunque che si insediarono gli agostiniani che avevano questi due conventi a La tisana e a Bevazzana. Però Bevazzana fu abbandonata presto. Lo fu perché il luogo era insalubre, forse anche il calo del numero dei professi, fece preferire La tisana e si recavano a Bevazzana solo nei giorni di legato, nei giorni in cui per testamento erano state commissionate delle messe. Poi la chiesetta divenne di proprietà privata, quando con soppressione prima settecentesca voluta dalla Repubblica di Venezia, poi da quelle napoleoniche ottocentesche, sia il convento di Sant’Antonio di La tisana e di Bavazzana, che quello di Santo Stefano di Venezia erano pervenuti i beni, divennero tutte di proprietà privata, vennero venduti a privati, quindi chiesa e ristrutturazione del convento divennero privati, ma la chiesa era comunque tenuta in gran considerazione dalla piccola comunità di Bavazzana, in particolare per la presenza di una scultura lignea, rappresentante la Madonna col Bambino molto venerata dai fedeli della zona che organizzavano processioni periodiche. Proprio questa presenza di questa scultura aveva fatto poi muovere la comunità di Bevazzana per mantenere nel luogo all’epoca del trasferimento almeno questo segno di devozione al quale per secoli si erano rivolti a invocare preghiere gli abitanti della zona.

 

(4.42) Negli anni ’60 la chiesetta è stata trasferita nella pineta della colonia di Lignano. Perché è stata trasferita proprio qui e quali sono state le tecniche di restauro?

 

La chiesetta andava sicuramente salvata e la vita della chiesetta era sicuramente in grave pericolo, negli anni in cui si decise il trasferimento: siamo negli anni intorno al 1965 e ’67 completamento dei lavori. Il Tagliamento la inondava periodicamente e gli affreschi rischiavano di essere perduti per sempre, per cui si decise il trasferimento. La chiesetta era di proprietà privata e l’ultima proprietaria, che si chiamava Carolina Bertoli, si era tenacemente opposta a degli interventi  nei confronti del salvataggio degli affreschi perché legata a ricordi familiari a questa chiesa. Si tentò pertanto addirittura un esproprio della Chiesa al quale lei si oppose e soltanto alla morte di questa, il marito che era affettivamente meno legato alla chiesa decise di venderla. Nel frattempo si era offerto l’Ente Friulano di Assistenza di ricostruire la Chiesetta, la parte più significativa, l’abside con i suoi preziosi affreschi, nella pineta di Lignano dove vi era un centro assistenziale, venne deciso pertanto il trasferimento e gli abitanti di Bevazzana che erano legati forse più alla statua lignea della Madonna che all’intero edificio si resero conto tardivamente di cosa stavano per perdere, fecero pertanto una petizione, tentarono di fermare questo trasferimento, ma ormai era in atto, mancava quella consapevolezza della importanza di mantenere nel luogo le radici della propria storia, per cui quando se ne accorsero, ormai era troppo tardi. Che tecniche vennero adottate? Si pensò ovviamente di salvare gli affreschi: questo scrigno, questo ciclo prezioso per la pittura quattrocentesca in Friuli. Quindi vennero preventivamente “strappati”, nel senso che si rimosse la pellicola pittorica per poter salvare sotto le sinopie, cioè il disegno preparatorio. Staccati gli affreschi e le sinopie, si segò in pezzi la muratura dell’abside che venne ricostruita nella pineta lignanese, mentre la parte dell’aula, della navata, è stata ricostruita ex novo, una volta ricostruito l’edificio, sono stati ricollocati nuovamente gli affreschi nella volta absidale; le sinopie le potete vedere lungo le pareti. Che criteri sono stati seguiti? All’epoca era imperante il criterio del ripristino stilistico: cercare di ridare alla chiesa l’aspetto che si pensava avesse nel ‘400. quindi sono stati rimossi gli elementi successivi: l’altare settecentesco adesso è collocato in sacrestia, vi sono stati collocati degli altari moderni, opera di uno scultore triestino che si chiama Carlo Sbisà, e rimosso il campaniletto a vela settecentesco, ugualmente, mentre sono state ricostruiite quelle che si pensava fossero parti quattrocentesche: la sacrestia di lato all’abside con il campaniletto a vela: il risultato è un’operazione, vorremmo quasi dire di “fantasia”, completamente stravolto comunque quell’immagine della chiesa che si aveva all’epoca del trasferimento, contravvenendo anche ai principi del restauro che dicono che non ha nessun valore cercare di ricostruire quest’immagine della chiesa medievale, che ogni intervento, anche successivo, fa parte della storia dell’edificio e va conservato, così come sono da evitare interventi, diciamo “di fantasia”, come la costruzione di questa sacrestia che nessun documento prova. Allo stesso modo è criticabile, non è più utilizzato il metodo dello strappo degli affreschi perché indebolisce la superficie pittorica e perché gli affreschi sono stati parecchio rovinati da questa tecnica e perché se si confrontano le foto prima dello strappo, alcuni sono difficilmente riconoscibili. Più di tutto però è criticabile il fatto di aver spostato la chiesetta dal luogo in cui era nata sul sito di fronte al fiume, si ritrova in una pineta, visino ad un’arteria, alla spiaggia, all’interno di un centro assistenziale con cui non ha legami di devozione: Lignano non la riconosce con devozione con cui era significativa per la popolazione di Bevazzana. E’ stato uno strappo ed una decontestualizzazione sia spaziale che temporale discutibile. Ha comunque il merito di aver salvato gli affreschi da sicura rovina, salvato da una perdita irreparabile per il nostro patrimonio artistico regionale, visto che è un ciclo prezioso di affreschi. Purtroppo nella sua posizione nell’argine si era venuta a trovare in golena e quindi periodicamente invasa dalle acque e lì sarebbe stata precaria la conservazione degli affreschi, comunque la riva, tra l’altro si era spostata e si era trovata più vicina al fiume rispetto ai secoli precedenti, però poco più in là avrebbe trovato una collocazione sicura dal punto di vista conservativo, mantenendo il legame costruito nei secoli con la comunità e ancora fortemente sentito negli anni ’60.

 

(10.44) Sappiamo che la chiesetta è stata considerata un unicum nella storia dell’arte della nostra regione, c’è un’attribuzione sicura degli affreschi e che cosa rappresentano?

 

Fortunatamente, questo ciclo di affreschi salvato dalle acque del Tagliamento intorno agli anni ’60 del secolo scorso, è uno di quegli episodi di pittura quattrocentesca del Friuli di cui non abbiamo né una firma, né una datazione certa, né un documento che comprovi una notizia sul pittore che lo ha realizzato. Per quanto riguarda le scene raffigurate, si tratta di quattro vele affrescate, più la lunetta di fondo e la parete destra dell’abside, mentre nella parete sinistra sono stati completamente perduti. Le scene raffigurano il “Cristo benedicente” nella mandorla, “l’incoronazione della Vergine” e L’Imperatore Augusto che chiede alla Sibilla Tiburtina chi sarà il suo discendente e appare in un cerchio di luce la Vergine con il bambino, quindi il suo successore sarà Gesù, a prefigurare la caduta della religione pagana e il diffondersi del cristianesimo. E una quarta vela con la Madonna ed Eva, che coglie dall’albero del male il frutto del peccato, la Vergine che offre il suo frutto per la salvezza e tiene in braccio il Bambino. Offre il suo frutto a un gruppo di fedeli inginocchiati, tra i quali si intravede il pontefice. Nella lunetta di fondo vi è invece la deposizione di Cristo e sulla parete di destra tre figure: il giudice guerriero Gedeone, una figura biblica, Davide e una terza figura femminile, probabilmente una sibilla. Quali sono i problemi nei quali mi sono imbattuta nello studio di questi affreschi? Innanzitutto il problema della datazione, per la risoluzione del quale sono stata aiutata dalla presenza nella scena della deposizione di Cristo nella lunetta di fondo dalla presenza di uno stemma, quello dei Vendramin. Sappiamo che la famiglia veneziana dei Vendramin acquisì la giurisdizione della terra di La tisana nel 1457, quindi questo è un termine post quem per la datazione degli affreschi. Mentre il primo graffito che compare sugli affreschi, di un visitatore antico della chiesetta, uno dei tanti graffiti e iscrizioni che si trovano negli affreschi è datato 1481. Ora, la datazione che io ho proposto è della metà degli anni ’60 del ‘400. Datazione che non è contraddetta dall’esame stilistico del ciclo di affreschi, perché si tratta di uno di quei cicli di affrescati in Friuli in cui si passa… non si può più parlare di tardo gotico, ma non ancora pienamente di Rinascimento, “Rinascimento umbratile” lo definì un critico a proposito di altri pittori. Un pittore che sembra guardare alle novità che a Venezia venivano mediate da alcuni pittori, novità più estreme che provenivano da uno dei centri del Rinascimento dell’Italia del Nord che era Padova. Pittori che mediavano questa lezione padovana erano a Venezia all’epoca Antonio e Bartolomeo Vivarini. Questo pittore sembra guardare, nella dolcezza dei volti di alcune figure, nel modo di raffigurare le palpebre: caratteri stilistici ci dicono che ha sentito l’inflienza veneziana. Altri rimandi ci portano a Venezia: non solo la presenza del committente, la famiglia veneziana Vendramin. Bartolomeo Vendramin aveva dovuto stabilirsi nella terra della Tisana in quanto bandito da Venezia per omicidio e, nonostante il padre poi fosse divenuto Doge, non era riuscito a farlo ritornare in città. La famiglia dunque si stabilisce definitivamente e i suoi discendenti risiedono stabilmente nella terra della Tisana. E probabilmente a Venezia Bartolomeo ha trovato il pittore e la formazione di questo pittore, di cui non abbiamo altre notizie avvenute in città, ce lo possono dire anche i modelli di riferimento di questi affreschi. Era già stato individuato per la scena di Augusto e la Sibilla un modello di riferimento che è una stampa tedesca datata metà del ‘400. Una stampa di un certo “Mester” che è conosciuto con le sue iniziali e luogo di circolazione delle stampe era all’epoca Venezia. Un altro rimando a Venezia ci è indicato dalla scena della deposizione di Cristo e questo è stato individuato dalla mia ricerca. E’ stata la scoperta, diciamo, più emozionante di questo lavoro. E il modello per questa scena è un rilievo che si trova nella chiesa di S. Pantalon a Venezia nella Cappella del Santo Chiodo e questo rilievo marmoreo, datato alla fine del ‘300, di provenienza francese ma che era già in città quando il pittore potè vederlo, è stato fedelmente ricopiato nei minimi gesti, nei particolari, negli atteggiamenti. Viene da pensare che sia stato il committente a chiedere la riproposizione nella chiesa di Bevazzana di quella scena per la deposizione di fondo, copiata da quell’altare, di quella scena di “Augusto e la Sibilla” copiata da quella stampa. Probabilmente, vicino al committente Vendramin, che frequentava un ambiente religioso caratterizzato da un certo fermento di rinnovare dall’interno la Chiesa particolarmente sentito nella Venezia del ‘400, con la costituzione di nuovi ordini religiosi, con la presenza di predicatori in città, sembra ribadirlo anche la scelta dei soggetti che porta a dare un significato complessivo all’esame del ciclo: si tratta di un ciclo dedicato alla Vergine in cui la Vergine ha un ruolo fondamentale per la salvezza dell’umanità, perché si passa dalle prefigurazioni della venuta di Cristo, Gedeone è una prefigurazione della maternità verginale di Maria, Re David è uno degli antenati di Cristo, la Sibilla profetizza la venuta di Gesù e questo frutto salverà dal peccato avvenuto con la prima Eva, la seconda Eva porterà la salvezza, attraverso il suo sacrificio che è simboleggiato, attraverso la deposizione di Cristo e nei simboli della passione che si trovano nei tondi ai piedi delle vele e sono dei tondi raffiguranti i simboli della Passione e i simboli degli Evangelisti. E questo porta alla glorificazione della Vergine e del figlio nelle due scene dell’incoronazione e del Cristo benedicente. Quindi un significato complessivo di salvezza dell’umanità offerta dalla Vergine e alla Chiesa, perché la salvezza del frutto viene offerto al pontefice e quindi un ribadire la superiorità del pontefice che era stata messa in discussione da scismi conciliari e un episodio non provato dal punto di vista documentario, ma una leggenda legata a questa chiesetta è anche il passaggio nel 1409 di Gregorio XII che durante lo scisma d’Occidente, fuggendo da Cividale, probabilmente passò davanti alla chiesetta per trovare scampo, nel momento in cui c’erano addirittura tre pontefici, due erano stati deposti e lui era uno di questi, e ne era stato nominato un terzo. Questo episodio è precedente ovviamente alla realizzazione degli affreschi, ma questo ciclo sembra ribadire alcuni capisaldi della Chiesa cattolica che poi saranno messi in discussione più avanti dalla Riforma luterana. Quindi una datazione alla metà degli anni ’60 del 400, un pittore che si è formato a Venezia, un committente che ha richiesto espressamente dei modelli iconografici che ha potuto vedere a Venezia e un pittore di cui non si conoscevano altre opere in Friuli, ma che già si poteva sospettare che avesse operato nella nostra regione per alcune consonanze con cicli più tardi intorno agli anni ’90 del ‘400, uno a Reana del Rojale e l’altro a Santa Cecilia di Rivolto: non sono della stessa mano ma sembra che possano essere stati influenzati dalle opere della Chiesa di Bevazzana. Questo sospetto è stato poi avvalorato da uno studio successivo da un’altra studiosa dell’arte friulana, Serena Scheller Del Ponte, che un paio di anni dopo la pubblicazione del libro ha attribuito allo stesso pittore un affresco staccato, che si trova nel museo di S. Daniele del Friuli, proveniente da un’ancona stradale, datato intorno al 1470, raffigurante la Vergine col Bambino che ha molte affinità con la nostra Madonna di Bevazzana. Quindi sicuramente della stessa mano, a riprova che è un pittore che ha operato in Friuli più stabilmente di quello che possiamo pensare e di cui non disperiamo che in zona ci appaia presto qualche altra opera.        

 

Ultimo aggiornamento: 28-giu-2004